Harry Potter e l'Eroe dei Sogni
Non poteva crederci: prima di allora li aveva sognati sempre da soli, senza
nessun altro, e invece adesso insieme ai suoi genitori, Lily e James Potter,
c’era anche lui, Sirius, il suo caro padrino.
In quei giorni Harry era distrutto; erano trascorsi solo tre giorni dalla
scomparsa della persona più cara che aveva al mondo: lui, Sirius, che Harry
considerava un padre e un fratello allo stesso tempo. Ora più che mai si sentiva
solo al mondo: abbandonato e sperduto, soprattutto adesso che Lord Voldemort era
tornato. Aveva combattuto contro di lui più di una volta, ma solo quell’anno era
stato posseduto dal suo nemico e, adesso in particolare, era tormentato da
rabbia, incredulità, sgomento e disperazione. Ancora una volta Voldemort era
riuscito a sfuggirgli e a seminare morte e dolore sulla sua scia. Ci aveva
rimesso Sirius, che era stato vittima di sua cugina, Bellatrix Lestrange, una
fedele seguace di Voldemort. Ma la cosa che più lo tormentava era un peso troppo
grande per lui, che aveva sulla coscienza: Harry si sentiva colpevole della
morte del suo padrino, anche se Albus Silente, il preside di Hogwarts, aveva
negato che lui c’entrasse qualcosa. Ma per Harry non era così; Sirius lo aveva
sempre aiutato, protetto, gli aveva offerto una casa e una nuova vita, aveva
vissuto le esperienze più terribili che potessero capitare a un mago: pur
essendo innocente era stato arrestato e condotto ad Azkaban, accusato di un
crimine che non aveva commesso. Sirius era stato il migliore amico di James, il
padre di Harry, ed era stato incolpato ingiustamente: per dodici anni tutti i
maghi del mondo avevano sostenuto che Sirius fosse stato il braccio destro di
Voldemort, e gli avesse spianato la strada per uccidere i Potter, quando tutto
questo era stato commesso da Peter Minus, che aveva tradito i suoi migliori
amici per venderli a Voldemort. I genitori di Harry erano morti per proteggerlo
e avevano compiuto un enorme sacrificio pur di salvarlo.
E adesso eccoli lì, schierati tutti e tre, James, Lily e Sirius, che gli
sorridevano. I loro volti erano felici, sereni: si scambiavano occhiate. Harry
tentò ad allungare una mano per toccarli; voleva provare una sensazione che
desiderava da tanto tempo… e loro si avvicinavano a lui… .
Ma, all’improvviso, si udì una risata fredda, glaciale, e quel momento di
ritrovo venne interrotto bruscamente. Sirius e i genitori di Harry gli rivolsero
uno sguardo di apprensione, e i loro volti, prima felici, si rabbuiarono. Lily
disse: “Sta’ attento, Harry, scappa! Vai via di qui!”; era disperata e con suo
rammarico Harry li vide allontanarsi sempre di più, fino a scomparire. “No, non
andate via…Mamma! Papà, Sirius! Vi prego… Ho paura!”. E poi li vide… i
Dissennatori scivolavano verso di lui, fluttuando nell’oscurità e oscurando le
figure impazienti dei suoi genitori e del suo padrino. “Scappa, Harry, vai!
Harry, Harry... HARRY…!”.
«HARRY!»
Harry aprì gli occhi: Hermione era davanti a lui, preoccupata e spaventata; «Si
è svegliato, finalmente!». Con un sospiro di sollievo Hermione rivolse
un’occhiata a Ron. I suoi migliori amici lo guardavano incuriositi. Harry
inforcò gli occhiali e borbottò confusamente: «Ma…dov’è Sirius? E mamma…papà?».
Hermione lanciò uno sguardo apprensivo a Ron, in cerca di aiuto. «Ehm… Harry?
Hai fatto un brutto sogno?», Ron cercò di farlo rinsavire. «Oh, Ron…Hermione! Ma
che ci fate qui?».
«Stavi parlando nel sogno, Harry. E… e… piangevi!» disse Hermione.
Harry li osservò attentamente e cominciò a riflettere. Aveva sognato un incontro
felice con Sirius ed i suoi genitori; poi, sul più bello, si era udita la risata
fredda di Voldemort ed erano sbucati i Dissennatori. Harry scappava,
accompagnato dalla voce della madre che, disperata, gli gridava di andar via, e
lui aveva paura…
«Cosa? Ho pianto?»
«Sì, e ti agitavi un sacco!» continuò Ron molto preoccupato.
Harry doveva dire loro la verità: «Ragazzi, ho visto mia madre e mio padre, e
c’era anche… AHI!»
«Che succede?» gridarono Ron e Hermione.
«La cicatrice! Mi brucia più del solito!»; la vista gli si stava annebbiando:
non distingueva più le sagome dei suoi amici; da un momento all’altro la sua
testa si sarebbe spaccata in due…
«Vado a chiamare Silente!»; Hermione era pallida in viso, e aveva gli occhi
spalancati.
«NO!» Harry non voleva che Silente ne fosse informato: «Sentite, è meglio che
non lo diciate a nessuno! Adesso sto bene… . Perché non andiamo a Hogsmeade? Mi
farà bene distrarmi!».
«Va bene, Harry. N-noi t-ti aspettiamo f-fuori!». Ron e Hermione uscirono in
fretta dal dormitorio e sgattaiolarono nella sala comune; «Hermione, hai visto i
suoi occhi?» bisbigliò Ron impaurito: «Era come se, se… non fosse lui! Voglio
dire: non credi che Tu-Sai-Chi lo stia possedendo di nuovo?». Hermione lo
osservò e parve riflettere «Già, anche a me è sembrato così e… No, non è
possibile! Eppure... appena ha cominciato a bruciargli la cicatrice ho notato
che Harry non era più sé stesso».
Nel frattempo Harry, pronto per uscire, avvertì una strana sensazione: Voldemort
era stato contento, ma improvvisamente si era infuriato; non poteva essere lì,
vicino a lui o a Hogwarts. Afferrò bruscamente la Mappa del Malandrino: «Giuro
solennemente di non avere buone intenzioni!». Frugò con lo sguardo ogni stanza
del castello, ma nessuna traccia. Poi notò una cosa incredibile: nella Stamberga
Strillante c’era Bellatrix Lestrange! Prese di scatto la bacchetta e uscì di
corsa dal dormitorio; travolse Ron e Hermione nella sala comune e scappò via. «Harry,
dove vai?» gli gridò dietro Ron. «Seguiamolo!» Hermione afferrò Ron per il
braccio e i due cominciarono a correre disperatamente dietro a Harry. Ma a lui
non importava: sarebbe andato nella Stamberga Strillante da solo e avrebbe
ucciso Bellatrix: doveva pagarla molto cara.
“Le scaglierò contro la Maledizione Cruciatus: la torturerò fino a che non
implorerà pietà e alla fine la farò diventare polvere! Dovrà pagare per ciò che
ha fatto!”. Harry sapeva che le Maledizioni senza Perdono erano praticate da
Maghi Oscuri senza scrupoli; ma lui aveva giurato vendetta e Bellatrix doveva
morire!
«Expelliarmus!» gridò appena si trovò di fronte a lei.
«Impedimenta!» Bellatrix si fece trovare pronta a contrastare l’incantesimo,
come se avesse saputo che Harry sarebbe venuto a vendicarsi. «Bene, bene, bene,
Potter! Finalmente potrò ucciderti! Il Signore Oscuro sarà molto fiero di me!».
«No! Sarò io ad ucciderti! Ti pentirai di aver assassinato Sirius!» Harry era
furibondo: tutta la rabbia che aveva soffocato in quei giorni si stava
scatenando.
«Mio caro Potteruccio, sai, il mio cuginetto è sempre stato un imbranato nei
duelli! Non sapeva fare altro che trasformarsi in quello stupido cagnolino. Un
imbecille come lui non poteva essere alla mia altezza!» Bellatrix rise in segno
di trionfo, Harry si avventò contro di lei…
«Accio bacchetta!» Hermione colse alla sprovvista Lestrange e la sua bacchetta
le volò via di mano; la ragazza la afferrò soddisfatta. «Ti fei povtato dietvo i
tuoi amichetti, vevo Pottevuccio?» Bellatrix lo scherniva divertita: «Sciocchi
ragazzini!» e con un pop scomparve ridendo; «Presto, Hermione! Distruggi la sua
bacchetta!» le urlò Ron.
«No, che non lo farai, vero piccolina?» Hermione si voltò di scatto. Bellatrix
la guardò divertita: colta alla sprovvista, Hermione si lasciò sfuggire la
bacchetta e Bellatrix se la riprese: «Aha! Stupida! Avada…»
«NO!» Ron si buttò su Hermione e insieme caddero con un tonfo. «Silencio!» urlò
Harry contro Bellatrix, che non riuscì a terminare la maledizione. Lei gli
lanciò un ultimo sguardo fulminante e si smaterializzò. “Non finisce qui!” pensò
Harry, irato.
«Hermione, stai bene?» balbettò Ron frastornato; le tese una mano e la aiutò ad
alzarsi. «S-sì, credo di sì!» borbottò confusamente Hermione. Poi lo guardò per
un momento e gli buttò le braccia al collo: «Oh, Ron! G-grazie! Mi hai salvato
la vita!». Ron, paonazzo, le cinse le spalle con un braccio e le sussurrò: «S-su,
Hermione. È tutto finito!». Lanciò uno sguardo a Harry, ma lui lo ignorò. “È
riuscita di nuovo a sfuggirmi!”. Harry si precipitò fuori dalla Stamberga
Strillante lasciando i due amici. Hermione, ancora piangendo, disse a Ron: «È
meglio che andiamo! Dove sarà andato Harry?» e Ron la seguì, senza dire una
parola.
Harry corse, corse più che poteva: voleva andare via di lì e, per la prima
volta, desiderò ardentemente di non essere a Hogwarts. “Voglio stare da solo,
voglio scappare. Non voglio più vedere nessuno!” pensò cupo Harry. Appena uscì
dal passaggio della Stamberga Strillante si precipitò al lago; non voleva che
Ron e Hermione lo raggiungessero. Pensò a Sirius, e in quel momento desiderò
rivederlo, parlare con lui: con Sirius poteva sfogarsi, era l’unica persona che
lo capiva. E poi… «Harry, Harry!», si udì chiamare; si guardò introno: non, non
era possibile… Sirius era proprio lì, davanti a lui, che gli sorrideva, con i
soliti occhi incavati e seminascosti dai lunghi capelli neri.
«Sirius, che ci fai qui? Tu non puoi… tu sei…»
«Lo so, Harry. Ma sono qui perché voglio ricordarti una cosa molto importante.
Ti ricordi due anni fa, quando mi salvasti la vita? Prima di fuggire ti dissi
una cosa!» Sirius si accoccolò vicino a Harry, che era appoggiato ad un albero
sulla riva dell’acqua. «Le persone che ci lasciano non ci abbandonano mai! E
puoi sempre trovarle…» gli posò una mano sul petto.
«Qui dentro» continuò Harry sorridendo.
Sirius gli rivolse un ampio sorriso. «Ricordalo sempre, Harry. Io sarò qui con
te, non ti abbandonerò mai! James, Lily ed io saremo al tuo fianco!». Harry lo
guardò attentamente: aveva tante di quelle cose da dirgli. «E ti proteggerò,
Harry. Quando affronterai di nuovo Voldemort, io sarò accanto a te, come in
questo momento!», e con un ultimo sorriso scomparve.
«Sirius, no! Torna indietro!». Harry si svegliò di soprassalto: tremava, e due
lacrime gli rigavano il viso “Era qui!”. Alzò gli occhi al cielo e notò che era
tardi: il sole era tramontato e si stava facendo notte. Harry si alzò, ancora
sconvolto, e rivolse un rapido sguardo intorno a sé, come se Sirius fosse potuto
comparire da un momento all’altro. Poi, si avviò tristemente al castello. Ma non
voleva raggiungere Ron e Hermione. A passo deciso entrò nella Sala d’Ingresso e
cominciò a salire le scale. Percorse due corridoi e, appena svoltò l’angolo, si
trovò a pochi centimetri dalla faccia di Malfoy.
«Ehi, Potter! Che ci fai da queste parti? Gironzoli nel castello in cerca di
Mangiamorte? Vuoi salvare la pelle a tutti, vero? Non ti basta esserti
dimostrato un pallone gonfiato per cinque anni?»; Tiger e Goyle sghignazzarono.
«E a te non basta esserti dimostrato un completo idiota per quindici anni?».
Malfoy si irrigidì: «Nervosetti oggi, eh? Che c’è, ti fa male la cicatrice?»
Harry ignorò i suoi commenti e si allontanò il più possibile per evitare di
prenderlo a pugni.
Una volta giunto davanti al ritratto della Signora Grassa, esitò prima di
entrare. E se Ron e Hermione fossero stati nella sala comune ad aspettarlo?
«Parola d’ordine?» domandò il ritratto; «Veritaserum» borbottò Harry. La Signora
Grassa gli aprì il varco, ma Harry non entrò: «Accio pergamena! Accio piuma!». I
due oggetti lo raggiunsero immediatamente; li afferrò, si appoggiò a terra e
cominciò a scrivere: “Caro”, poi si bloccò all’istante: e se avessero
intercettato la lettera e capito il nascondiglio del destinatario? Si concentrò
meglio e scrisse:
Caro Lunastorta,
ti scrivo per dirti che in questi giorni stanno succedendo strane cose. Oggi
ho duellato con l’assassina di Felpato nella Stamberga Strillante, ma mi è
sfuggita. E c’è un’altra cosa: è la seconda volta che sogno Felpato in un
giorno! Prima con i miei genitori, poi da solo. Ma la seconda volta non
sono sicuro che sia stato un sogno. Insomma, mi è sembrato come se
fosse lì, accanto a me, a parlarmi. Sono confuso più che mai. Voglio
andarmene di qui. Aiutami, ti prego.
I migliori saluti
Harry
Rilesse in fretta la lettera e corse verso la Gufiera. La raggiunse con
l’affanno e stanco chiamò Edvige. «Questo messaggio è per il professor Lupin,
capito? Portaglielo in fretta e torna con una risposta». Edvige gli scoccò uno
sguardo severo e volò via. Harry aveva bisogno di sapere, doveva a tutti i costi
parlare con la persona che riteneva fosse l’unica a potergli dare le
informazioni che cercava.
Stanco e confuso si incamminò verso il dormitorio. Se avesse incontrato Ron e
Hermione li avrebbe salutati e sarebbe subito andato a dormire. Ma, per fortuna,
la sala comune era deserta. Harry si diresse afflitto al dormitorio e si buttò
vestito sul suo letto.
Ma non si addormentò subito. Anzi. Ormai sicuro che non sarebbe più riuscito ad
addormentarsi serenamente in vita sua, Harry si sdraiò supino, le braccia dietro
la nuca, osservando distrattamente il soffitto. Dopo un po’: «Harry? Sei
sveglio?», neanche Ron dormiva, e sicuramente voleva parlare con lui riguardo
alla giornata appena trascorsa. Ma Harry non rispose e finse di dormire; così
Ron, dopo un sospiro impaziente, si girò nel suo letto e non lo disturbò più.
«Sì, Padrone! Dopo il duello di oggi sono sicura che Potter non andrà via da
Hogwarts: abbiamo il campo libero!»
«Stupida! Ti sei dimenticata che a Hogwarts c’è Silente? Finché Potter sarà
attaccato all’orlo della sua veste, noi non potremo agire liberamente!». Harry
le riconobbe: erano le voci di Bellatrix e di Voldemort. «Ma… io pensavo che in
questo modo avrei assicurato che Potter non sarebbe andato via dal castello,
pronto per un altro attacco!»
«Non ti agitare, Bellatrix. Ho già un’idea su come far allontanare Silente da
Hogwarts. E mi raccomando: domani metti in atto il piano. So che hai già fatto
compiere la prima mossa all’alfiere nero. Quanto a Black: per la sua scomparsa
vedrai che Harry Potter non si darà pace e pian piano… impazzirà!». Harry udì la
solita risata fredda del suo nemico e gli si gelò il sangue nelle vene.
L’alfiere nero? E quale piano stava tramando Voldemort? Dov’erano lui e
Bellatrix in quel preciso momento? Harry voleva darsi almeno una risposta, ma
sapeva solo una cosa: Silente non si doveva allontanare dal castello o per
Hogwarts non ci sarebbe stata più speranza o via d’uscita.
Doveva impedire a Voldemort di seminare altra morte e distruzione, ma Harry non
sapeva come, e aveva paura. Si svegliò di soprassalto: la cicatrice gli
bruciava. Aprì gli occhi e si guardò intorno: tutti erano nei loro letti. Il
cielo era limpido e celestino: era quasi l’alba.
Harry mise gli occhiali e si alzò dal letto. Doveva fare qualcosa, doveva
proteggere i suoi amici. Uscì dal dormitorio e sgattaiolò fuori dalla sala
comune. Decise di andare a cercare Silente. Camminò per un po’ ancora assorto
nei suoi pensieri, quando all’improvviso udì dei passi. Che sciocco! Avrebbe
dovuto prendere il Mantello dell’Invisibilità e la Mappa del Malandrino. Cercò
di nascondersi, ma:
«Buongiorno, Harry! Già sveglio?» Harry rabbrividì all’istante: per fortuna era
Silente!
«P-professore, ho bisogno di parlarle!»
«D’accordo Harry, ma parla piano: gli altri dormono e vorrei che li lasciassimo
tranquilli». Harry lo guardò meglio. «Seguimi nel mio ufficio». E pensare che
qualche giorno prima Harry ce l’aveva avuta a morte con il suo preside, e aveva
reagito anche maleducatamente distruggendo l’ufficio di Silente, ma lui sembrava
come se se ne fosse dimenticato. Harry pensò: “Se mi sono comportato così ero
più che giustificato! Ero sconvolto per la morte di Sirius e…” si bloccò
all’istante: già, Sirius. Voldemort aveva detto che sarebbe impazzito per il
senso di colpa. “Non devo pensarci. Era solo un sogno!”. Ma che senso aveva
ripetersi quelle frasi? Harry sapeva che i suoi sogni erano particolari… Era
talmente assorto nei suoi pensieri che non si accorse che si trovava
nell’ufficio di Silente.
«Prego, Harry: accomodati!». Harry si sedette in una poltrona di fronte al
preside, che unì le mani in segno di interesse e lo squadrò attentamente.
«Allora? Cosa volevi dirmi?».
Harry non sapeva come raccontarglielo.
«Ehm… professore, io… stanotte ho sognato… ho visto, sì, insomma, ho visto
Voldemort e Bellatrix Lestrange che discutevano riguardo un piano che… avrebbero
messo in atto molto presto, e… Voldemort ha detto che… lei è di ostacolo qui a
Hogwarts, e avrebbe subito trovato un modo per farla allontanare di qui… . Sì,
bè, questo è tutto». Harry si guardava i piedi imbarazzato, cercando di non
incrociare lo sguardo del preside che, era sicuro, lo stava osservando con
curiosità.
«Capisco» disse alla fine Silente. Harry non gli aveva detto che il giorno prima
aveva duellato con Bellatrix, o che nei sogni ricorrenti si presentava Sirius…
«E tu come stai, Harry?» gli chiese Silente, ancora continuando ad osservarlo
attentamente.
Harry fu preso alla sprovvista, non si aspettava una domanda del genere. «B-bene»
rispose depresso. Perché Silente era restio a chiedergli altro? Perché non lo
rincuorava? Perché non gli dava informazioni? D’altro canto, lui non gli voleva
raccontare altro.
«Va bene, Harry. Cercherò di prendere in mano la situazione. Tu preoccupati solo
di te stesso, della tua salute, dei tuoi pensieri. E stai tranquillo. Essere
ossessionato dal pensiero di Sirius non ti aiuta certo a star meglio. Ricordalo,
Harry. Dunque, buona giornata!»
Harry lo guardò con aria interrogativa: questo era tutto ciò che Silente aveva
da dirgli? Subito, si alzò di scatto, scoccò un’occhiataccia al preside e uscì
dall’ufficio. “E va bene,” pensò “ se Silente non prende sul serio ciò che gli
dico vorrà dire che non gli riferirò più niente! D’altra parte io non sono un
Veggente, e non rivelerò più in anticipo gli avvenimenti che stanno per
accadere!”
Guardò fuori dalla finestra del corridoio: ormai il sole si era levato ed era
ora di andare alla Sala Grande; non metteva qualcosa sotto i denti da molte ore.
Lì, al tavolo di Grifondoro, trovò Ron, da solo, intento a ingoiare una grossa
fetta di pane tostato: osservava il vuoto; evidentemente anche lui assorto nei
suoi pensieri.
«’Giorno Ron!» borbottò Harry. Lui, per lo spavento, sobbalzò dalla panca e
soffocò il cibo che aveva in gola. Tossiva avidamente: si stava strozzando.
Harry lo aiutò a mandar giù il boccone, battendogli forte sulla schiena. «Ha-Harry!»,
Ron era paonazzo e non si era ancora ripreso del tutto «Ma dove sei stato?
Perché non eri al dormitorio?»
«Mi sono alzato presto, e sono andato a fare una passeggiata» si giustificò.
«È da ieri che io e Hermione ti cerchiamo!».
Harry voleva cambiare argomento: «A proposito… dov’è Hermione?»
«N-non lo so, credo che sia ancora a letto!»
«Ciao, ragazzi!», Ginny si era appena seduta di fronte a loro. «Perché Hermione
non è qui con voi?»
«Ma lasciala stare, falla riposare un po’. Ne ha bisogno!» sbottò Ron.
Dopo aver terminato la colazione, Ginny disse: «Sentite, io vado a cercarla. È
strano che ancora non si sia fatta viva!», e uscì dalla Sala Grande.
«Ma perché non la lascia in pace? Poverina, chissà come si sente dopo lo
spavento di ieri!», Ron sembrava preoccupato. Harry gli scoccò uno sguardo
misterioso e lui arrossì. Si alzò e andò via senza dire nulla. Harry lo stava
imitando, quando Edvige gli atterrò improvvisamente sulla spalla.
«Finalmente!». Le rivolse un sorriso e le accarezzò il becco. Lei, lasciò che
Harry le sfilasse la lettera, lo guardò compiaciuta e volò via. “Speriamo che
almeno Lupin non mi deluda come Silente!” pensò Harry. Aprì la lettera e lesse:
Harry,
ho letto la tua lettera e sono rimasto sbalordito. Spero che non fossi solo
quando hai combattuto con B.L., che con te ci fosse Silente. Ormai,
nemmeno Hogwarts è un posto sicuro. Il nostro nemico attaccherà molto
presto. L’atmosfera, qui dove sono io, è molto tesa.
Non sono stupito che tu sogni così spesso Felpato; manca a tutti. Anche
se non lo credi, il secondo è stato comunque un sogno; non c’è altra
spiegazione.
Nonostante tutto, non andar via da Hogwarts: non c’è un altro posto
più sicuro dove poter stare tranquilli.
Io mi sto mettendo in viaggio e sto per raggiungerti.
Al momento non possiamo fare molto, Harry, ma ci stiamo organizzando.
Ti raggiungerò il più presto possibile, così potremo parlare.
Spero che tu stia bene
Lunastorta
Harry richiuse in fretta la lettera. Almeno Lupin era stato più esauriente di
Silente, e si sarebbe fatto vivo. Era deciso più che mai a raccontargli tutta la
verità. “Spero che tu stia bene” era la solita frase di chiusura che Sirius
utilizzava quando scriveva a Harry. Gli mancava molto. Poi si disse: “Non devo
pensarci”, e affrettò il passo. Un po’ più avanti incontrò Ron.
«Ehi!» lo chiamò Harry «Aspettami!». Ron si voltò di scatto e aspettò che
l’amico lo raggiungesse. Poi, insieme, si diressero alla sala comune.
«Sei preoccupato per Hermione?» gli chiese Harry, e Ron rimase stupefatto. «No,
cioè sì… . Ieri abbiamo parlato di te, Harry. Di come ti comporti in questi
giorni. Siamo in pensiero per te!» concluse Ron imbarazzato.
«Dài, non parliamo di me. Perché non mi dici qualcosa di te e Hermione?» lo
punzecchiò Harry.
Ron rimase pietrificato: «Co-cosa? C-che vuoi d-dire?», e arrossì all’istante.
«Su, Ron! Non fare l’innocente!».
«Veritaserum» borbottò Ron al ritratto della Signora Grassa, che aspettava
impaziente la parola d’ordine.
L’ingresso si aprì; non fecero in tempo ad entrare, che Ginny piombò loro
addosso: «Finalmente vi ho trovati!» disse lei in fretta, «Hermione è in
infermeria!»
«Che cosa?» dissero in coro Harry e Ron.
«Qualcuno le ha scagliato l’Incantesimo Conjunctivitus e l’ho trovata nel
dormitorio che piangeva!» raccontò Ginny.
Subito si precipitarono in infermeria. Era tutto così strano: e adesso che cosa
era successo a Hermione? La trovarono distesa su un letto, con le bende agli
occhi.
«Hermione! Come stai?» disse Harry preoccupato.
«Harry, finalmente! Ma dove sei stato tutto questo tempo?»; Hermione cercava di
sembrare tranquilla, anche se si era presa un brutto spavento. Ginny li salutò e
andò via.
«Ma che ti hanno fatto?» intervenne Ron.
Hermione, tesa, rispose: «Oh, non preoccupatevi per me. Madama Chips mi
rimetterà in sesto, vedrete. Comunque, ci ho riflettuto molto e sono giunta alla
conclusione che sia stata Bellatrix».
Harry e Ron la guardarono stupiti.
«Voglio dire: credo che lei abbia lanciato un Incantesimo Conjunctivitus sulla
sua bacchetta; sapete: ieri, quando l’ho presa in mano prima che mi scagliasse
la maledizione, ho avvertito una strana cosa, e per questo mi è caduta:
l’incantesimo mi aveva colpito.
Poi stamattina mi sono svegliata con gli occhi che mi bruciavano e, quando
piangevo per il dolore, il bruciore aumentava. Finché non è venuta Ginny, ecc.
ecc.». Hermione si volse verso Harry: «Tu, piuttosto? Che cosa hai fatto?».
Harry si decise, e raccontò loro il sogno di quella notte.
«Ma che diamine vuol dire “l’alfiere nero”?» domandò perplesso Ron, quando Harry
terminò il suo racconto.
«Non ne ho idea!» rispose amareggiato lui. Hermione non disse nulla, ma li
ascoltava incuriosita.
«Sentite,» disse alla fine «qui le cose si mettono male. Voldemort ha un piano
tremendo in mente. Harry, lo hai riferito a Silente?» domandò sospettosa.
«Sicuro» rispose lui «ma non mi ha consigliato niente al riguardo».
«Allora, facciamo così» fece lei, tentando di prendere in mano la situazione.
«Cercate di indagare di più su questa storia, vedrete che presto succederà
qualcosa!».
Harry si alzò dalla sedia alla sinistra di Hermione: «Non vieni, Ron?»
«Io…» balbettò lui «penso che Hermione abbia bisogno di compagnia… tu vai, io
rimango un po’ qui, e…»
«Non fare lo sciocco, Ron!» disse Hermione intenerita. «Va’ con Harry. So badare
a me stessa!» e gli accarezzò un braccio. Ron, imbarazzato, esitò un attimo, poi
si alzò e seguì Harry fuori dalla stanza.
«Allora?» disse lui
«Allora cosa?» sbottò Ron innervosito.
«Che c’è sotto? Credi che non l’abbia notato? Che ti piace Hermione?». Ron
rimase colpito. Non disse niente per un po’, poi gli confidò: «Be’, è da qualche
anno che mi piace. Purtroppo, non ce la faccio a dirglielo. Ero invidioso quando
lei parlava di Krum, e… be’ non ho fatto niente per farglielo capire!» disse
confusamente.
«Perché?»
«Perché lei non mi vuole. Cioè: io per lei sono solo un amico, e sono sicuro che
non mi considererebbe mai…»
«Sei stato grande a salvarle la vita, ieri!» disse Harry colpito.
«Sì…» ammise Ron. E per un po’ non si dissero più niente.
Camminando in silenzio, Harry e Ron uscirono dal castello e si diressero al
lago. Era una splendida giornata: molti ragazzi erano distesi sull’erba a
prendere il sole; altri si rincorrevano ridendo, altri ancora passeggiavano in
silenzio.
«Oggi è una giornata adatta per giocare a Quidditch!» sospirò Harry per cambiare
argomento.
«Secondo te, chi saranno i nuovi battitori nella nostra squadra, l’anno
prossimo?» domandò Ron interessato.
«Non so,» rispose Harry distratto «e ci saranno anche i nuovi cacciatori!».
«Già!» si ricordò Ron «È un peccato, Angelina, Alicia e Katie erano molto brave!
Sono sicuro che tu sarai il nuovo capitano!»
«Non credo. Spero che la squadra non perda colpi: anche Fred e George erano
fantastici!» disse Harry amareggiato. «A proposito di Fred e George, come vanno
i loro affari?» chiese a Ron.
«E che ne so io! Non mi dicono mai niente!».
Harry stava ancora pensando al loro negozio di scherzi, quando delle urla
interruppero la quiete.
«Che succede?» gridò Ron spaventato.
Harry afferrò la bacchetta dalla tasca. «È Voldemort! Ne sono sicuro!» bisbigliò
Harry. A un tratto Luna Lovegood venne loro incontro: «Avete sentito? I
Dissennatori hanno attaccato alcuni Babbani a Londra!» li informò con la sua
aria sognante.
Harry e Ron corsero al castello. Si fermarono all’improvviso: Silente stava
andando via.
«NO! Io gliel’avevo detto di non allontanarsi da Hogwarts!» urlò Harry con
rabbia. Poi afferrò Ron per il braccio e ricominciarono a correre per
raggiungerlo. Ma non ci riuscirono.
Alla Sala d’Ingresso incontrarono la McGranitt.
«Professoressa!» la chiamò Harry ansimante «il professor Silente non può andare
via dal castello: ci attaccheranno!»
La McGranitt lo squadrò severa.
«Senti Potter, il preside sa cosa deve fare! Babbani attaccati da Dissennatori e
lui deve rimanersene con le mani in mano! E c’è dell’altro: alcuni Mangiamorte
hanno aggredito una famiglia di maghi in un paesino vicino Londra!»
«Cosa?» esplosero Harry e Ron in coro sbalorditi. Ma la McGranitt li oltrepassò
e li lasciò lì, imbambolati, a guardarsi con aria interrogativa.
«Dobbiamo informare Hermione!» disse alla fine Ron.
«No, vieni con me!» e insieme andarono alla sala comune. Harry prese la Mappa e
il Mantello e con Ron si diresse alla Stamberga Strillante, per poi raggiungere
Hogsmeade. Sicuramente lì avrebbero ricevuto notizie più dettagliate. Raggiunto
il villaggio, si tolsero il Mantello. Stavano per entrare nel pub “I Tre Manici
di Scopa”, quando si accorsero che sulla sinistra del locale c’era una nuova
insegna: “I Tiri Vispi Weasley”.
«Non mi dire che è il negozio di Fred e George!» disse Ron sbalordito. Era
impossibile entrare: c’era una lunghissima coda.
«Salve, piccoletti!». Si voltarono di scatto: era Fred che reggeva una pila di
scatole con scritto “ORECCHIE OBLUNGHE”. Ron intervenne: «Fred, ma… come avete
fatto… quando… e mamma che ha detto… perché ci sono…?». «Sì, fratellino, ho
capito tutto. Ho fatto rifornimento di questa roba: in un giorno tutto esaurito.
Ehi, nanerottoli, fatemi passare! Be’, ci si vede in giro, ragazzi. Il lavoro
chiama!» e si fece strada tra i ragazzini che bloccavano l’entrata del negozio.
«Fred, finalmente!», udirono la voce di George in lontananza. Harry sussurrò a
Ron: «Sicuramente non hanno saputo niente di ciò che è successo!», «Già» rispose
Ron avvilito.
Poi, Harry si ricordò di colpo: Lupin stava per arrivare a Hogwarts: e se non
l’avesse trovato al castello? Certamente Lupin doveva sapere qualcosa di quella
storia…
«È meglio che torniamo al castello» suggerì Ron.
Mentre attraversavano i passaggi segreti, Ron rifletté ad alta voce: «Ma come ha
fatto la mamma ad acconsentire? Sempre che gliel’abbiano detto…»
Un lampo di luce verde sbucò dietro di loro è colpì Ron alle spalle: «AHHHH!!!»
urlò. Harry afferrò la bacchetta e la puntò contro l’aggressore, che uscì
dall’ombra.
«Crucio», il fiotto colpì Ron per la seconda volta, che cadde a terra urlando
dal dolore.
«Finite Incantatem» gridò Harry.
«Ancora una volta, caro Potter, mi metti i bastoni tra le ruote!», Harry
riconobbe la voce: era Lucius Malfoy, che nascondeva il volto sotto un
cappuccio. Ron si acquietò.
«Rictusempra!»; Harry, disperato, gli scagliò l’incantesimo.
«Impedimenta» rispose Malfoy. «Voglio proprio vedere se continuerai a mettere in
pericolo i tuoi amichetti, che soffrono a causa tua! Perché te li porti sempre
in giro? Hai paura di affrontare il Signore Oscuro da solo?» sussurrò gelido.
«Riuscirò ad incastrarla, schifoso impostore!» urlò irato Harry «E poi vedremo
se continuerà a minacciare i membri del Ministero con i suoi giochetti e i suoi
luridi soldi!»
«Come osi, brutto insolente!» bisbigliò Malfoy alterato.
«Expelliarmus!» urlò Ron, che riuscì a disarmarlo.
«Accio bacchetta!» rispose Malfoy, che la riottenne immediatamente. «Ve ne
pentirete, luridi ragazzini!» e con un ghigno gelido si smaterializzò.
«Tutto bene, Ron?» domandò Harry, accovacciandosi di fianco a lui.
«P-più o meno» rispose lui scosso. «È terribile la Maledizione Cruciatus!» e si
massaggiò le membra.
«Grazie per avermi salvato!»gli disse Harry cordialmente.
«Di niente. E grazie anche a te!».
Harry lo aiutò ad alzarsi e insieme andarono alla sala comune. Lì trovarono
Hermione, che si reggeva ad una stampella.
«Hermione!» esclamò Harry felice.
«Harry, Ron! Io sto meglio; mi sto curando con delle pozioni che mi dà il
professor Piton. Avete sentito che cosa è successo? E poi Silente…» Hermione si
bloccò all’istante: «Ron, che… che ti è successo?». Lui si buttò distrutto su
una poltrona. Così Harry le raccontò tutto.
«Hai dei brutti tagli!» disse Hermione alla fine, sfiorandogli il braccio.
«Madama Chips riuscirà a guarirli»
«Non preoccuparti per me, sto bene!» borbottò Ron.
Harry, stupito, cercò di attirare l’attenzione degli altri due.
«Ragazzi, guardate: cos’è quella cosa?»
«È una scacchiera!» disse Ron sorpreso.
«Una scacchiera che si è appena materializzata?» domandò Hermione incredula.
Harry si concentrò: «Non è una scacchiera come le altre!»; non sapeva che cosa
stava dicendo, me ne era più che certo. Ron si alzò dalla poltrona e le si
avvicinò. «Ehi, venite a vedere!».
La scacchiera non possedeva tutte le pedine: c’erano un re bianco circondato da
un alfiere nero e dalla regina nera; sul lato sinistro vi erano un cavallo nero
e un pedone bianco; alla parte opposta un altro alfiere nero con un altro pedone
bianco; alla destra dell’alfiere erano schierati due pedoni bianchi.
«È strano!» concluse Hermione «Perché le pedine sono disposte in questo modo?
Ron, sei tu il genio degli scacchi…» non fece in tempo a finire la frase che
accadde una cosa particolare: l’alfiere nero, in basso a destra, distrusse il
pedone bianco che era disposto in diagonale sopra di lui. «Oh!» Hermione guardò
gli altri due, colpita. Poi, uno dei due pedoni bianchi schierati vicini si
mosse in avanti e si trasformò in un alfiere bianco; sulla sinistra, il cavallo
nero mangiò il pedone bianco, e la sequenza di spostamenti si concluse lì.
«Ma che diamine…» cominciò Harry.
«Ragazzi, sono sicuro che questa scacchiera sia l’immagine di qualcosa che sta a
accadendo. Ma non riesco a capire…» Ron ormai era distrutto, e parlava a stento.
«Ron!» esclamò preoccupata Hermione. Harry gli prese una poltrona e lo fece
sedere. Poi, lui e Hermione gli si accomodarono accanto, avvicinandosi al
tavolino che sosteneva la scacchiera.
«Ci devo riflettere» sostenne Ron, convinto.
«Ma tu sanguini!» Hermione lo guardò allarmata. Prese la bacchetta: «Ferula!», e
apparvero delle bende che cinsero i punti sanguinanti del corpo di Ron.
Harry si irrigidì all’istante: «Ehm,… mi sono ricordato di una cosa, devo
andare!» scattò in piedi e uscì dalla sala comune. E se Lupin lo stesse cercando
dappertutto? Girò l’angolo e andò dritto a sbattere contro qualcuno. «Harry!».
Lui si riprese subito e guardò davanti a sé: Lupin era lì, che lo guardava con
aria interrogativa.
«Professor Lupin!» balbettò Harry. Lupin gli rivolse un sorriso e gli disse:
«Vieni!». Insieme entrarono in quello che un tempo era stato il suo ufficio,
quale insegnante di Difesa Contro le Arti Oscure.
«Prego, siediti accanto a me». Harry fece come gli era stato detto. Poi Lupin
cominciò: «Allora? Come stai?». Lui non rispose. «Scusami, Harry. Che domanda
sciocca! Altri strani sogni?»
«Sì» rispose Harry, e iniziò a raccontargli tutto: i sogni in cui si presentava
Sirius, il duello con Bellatrix, la visione di Voldemort della scorsa notte,
l’incidente avvenuto a Hermione, il discorso con Silente e la sua improvvisa
partenza, il duello con Lucius Malfoy, la salute di Ron, il suo desiderio di
andar via.
«Se solo potessi fare qualcosa!» disse Harry afflitto. Lupin lo guardò meglio e
gli rivolse un sorriso di tenerezza: «Ma tu hai già fatto tanto, Harry! Ti sei
dimenticato quante cose hai compiuto in questi ultimi giorni?»
«Ma non ho impedito che quella schifosa uccidesse Sirius!» disse con rabbia.
Lupin si irrigidì: «Nessuno avrebbe potuto evitarlo. E comunque questa storia
non mi piace: Mangiamorte che si intrufolano facilmente nella Stamberga
Strillante. È meglio che io rimanga a Hogwarts per un po’. Non so come, ma sono
sicuro che Voldemort ci sta tenendo d’occhio. Hai sentito che cosa è successo a
Londra?» gli domandò Lupin.
«Sì!» rispose in fretta Harry. «Ma di che si tratta?»
«Purtroppo non abbiamo scoperto molto. Sappiamo solo che due dei Mangiamorte che
hanno aggredito quella famiglia a Little Town sono McNair e Minus».
Harry notò un lampo di vendetta nei suoi occhi. «Ma non abbiamo idea del motivo
che ha portato i Dissennatori ad aggredire i Babbani. Certo, molti di loro si
sono uniti a Voldemort. E a lui è sempre piaciuto provocare stragi». Harry
strinse forte il pugno.
«Sicuramente, Voldemort vuole far perdere le sue tracce: far credere di trovarsi
a Londra o persino a Hogwarts, mandando in missione i suoi Mangiamorte» concluse
Lupin.
«E io che devo fare?» gli chiese Harry, disperato.
«Tu devi restare qui. Non devi allontanarti per nessun motivo» Lupin abbassò lo
sguardo: «Sirius avrebbe voluto lo stesso». Il suo volto si rabbuiò. “Povero
professore,” pensò Harry “entrambi i suoi migliori amici, morti:prima mio padre,
adesso Sirius; e Minus, il traditore, ancora in giro, vivo e vegeto”.
«E lei dove sta in questi giorni?» domandò Harry, per distogliere Lupin dai suoi
pensieri.
«Al Quartier Generale, siamo sempre lì», un sorriso obliquo gli attraversò il
volto. «Ma ho fatto bene a venire qui. Sai, tra qualche giorno mi tocca, e la
Stamberga Strillante è libera», guardò Harry: «Se vi mette piede un altro
Mangiamorte sarò prono a sbranarlo, e spero che sia Minus»; Harry sorrise.
«Trasformato in lupo non mi impedirai di farlo fuori; non ho coscienza e non mi
rendo conto della persona che ho davanti: potrei azzannare pure il mio migliore
amico, anche se non ce n’è più bisogno». Harry lo guardò negli occhi: com’era
contento che Lupin fosse con lui, perché era l’unico che capiva cosa provava in
quei giorni.
«Bene, Harry!», Lupin si alzò «andiamo alla Sala Grande. Gli elfi delle cucine
avranno preparato un’ottima cenetta: peccato sprecarla, no?». Harry gli sorrise
e lo seguì fuori dalla stanza.
Una volta giunti al tavolo di Grifondoro, Harry notò che non c’erano né Ron né
Hermione: forse avevano già mangiato ed erano ritornati nella sala comune senza
aspettarlo. Lupin si congedò e andò a sedersi al tavolo degli insegnanti. Harry
si sedette e cominciò a versare in un bicchiere un po’ di succo di zucca; poi
chiese a Neville: «Hai visto Ron e Hermione?» e lui rispose: «No, non sono
proprio venuti qui» e continuò a mangiare.
Dopo aver terminato la doppia porzione di torta, Harry si alzò, rivolse uno
sguardo a Lupin che gli sorrise, e gli fece cenno che andava a letto.
Nella Sala d’Ingresso distinse la sagoma di Piton che usciva frettolosamente dal
castello; “Questioni per l’Ordine” pensò Harry. Poi, si affrettò a salire i
gradini e a ritornare nella sala comune.
Lì vi trovò Ron e Hermione, seduti l’uno di fronte all’altra: Ron era intento a
osservare la scacchiera, concentrato, mentre Hermione si era appisolata, con
Grattastinchi acciambellato sulle gambe.
«Ron, che stai facendo?» gli domandò
«Sst!» lo zittì lui «Sto cercando di capire qualcosa di questa scacchiera.
Hermione mi voleva aiutare, ma dato che non ha recuperato definitivamente la
vista non ha potuto fare niente, e si è addormentata». Osservò diffidente la
scacchiera.
«Neville mi ha detto che non siete scesi a mangiare, così vi ho portato una
fetta di torta ciascuno» disse Harry sottovoce. «Grazie… HO TROVATO!» urlò
trionfante Ron . Hermione balzò dalla sedia e si svegliò di soprassalto.
Grattastinchi si allontanò, offeso.
«Ma che diavolo…» li guardò interrogativa. «RON! Che cosa urli?» strillò lei
infastidita. Ma Ron non la ascoltava.
«Ragazzi, ho appena scoperto il mistero di ‘sta robaccia! Allora…» si rimboccò
le maniche «Le pedine nere sono Voi-Sapete-Chi e i suoi seguaci, mentre le
pedine bianche siamo noi, anche se non ho capito chi sono questi due pedoni… Tu
sei il re bianco, Harry, e sei bloccato dalla regina nera che suppongo sia
Tu-Sai-Chi. Però questo alfiere nero credo sia un Mangiamorte, e non è quello
che si è mosso e di cui parlava Tu-Sai-Chi nel tuo sogno. Qui, in basso a
destra, all’inizio c’erano un pedone bianco e un altro alfiere nero. Ricordate?
L’alfiere mangiò il pedone, e questa è stata la prima mossa. Ho pensato che il
pedone fosse Hermione e l’alfiere nero quella vacca di Bellatrix».
Harry e Hermione lo guardavano sbalorditi. «Ma…» cominciò Hermione.
«Aspetta, fammi finire!» la interruppe Ron entusiasta «La seconda mossa toccava
ai bianchi, ovvero noi, e si era mosso uno di questi due pedoni schierati in
basso: giungendo nella parte avversaria il pedone si è trasformato in un’altra
pedina, in questo caso un alfiere bianco. Ma non capisco chi possa essere… . La
terza mossa è dei neri: il cavallo nero, qui a sinistra, ha mangiato questo
altro pedone bianco: suppongo che il cavallo sia Lucius Malfoy e il pedone sia
io. Be’, finora è successo questo. Ma la cosa importante è che la prossima mossa
tocca a noi. Io direi che l’alfiere bianco, che prima era un pedone, dovesse
mangiare questo alfiere nero – non è Bellatrix – che si trova vicino alla regina
nera e al re bianco… ma non siamo noi a controllare la partita…»
«RON SEI GRANDE!» tuonò Harry sorridendo, e gli tirò una pacca sulla spalla.
Hermione si alzò e gli scoccò un bacio sulla guancia: «Complimenti, davvero!»
gli disse felice.
Ron, scosso, borbottò: «Spero di averci azzeccato, ci ho messo tante ore…» e,
avvilito, guardò in basso. «Sono sicura che non ne hai sbagliata una! Ma come
hai fatto? Sei davvero il genio degli scacchi!» disse Hermione per rassicurarlo.
Poi guardò Harry: «Ma tu perché sei corso via, prima?» gli chiese.
«Be’… mi sono ricordato che Lupin mi aveva mandato un gufo, dicendomi che
sarebbe venuto al castello: mi voleva parlare. Ha detto che resterà a Hogwarts
per un po’ di giorni, nel caso un altro Mangiamorte si presenti per
attaccarci…».
«Ma certo!» lo interruppe Ron, illuminandosi: «Quindi la prima mossa dei
bianchi, il pedone che si è trasformato in alfiere, corrisponde all’arrivo di
Lupin!» Harry e Hermione si guardarono sbalorditi. «Non sappiamo ancora chi è
questo pedone bianco!» disse Harry scoraggiato, indicando la parte inferiore
della scacchiera. «E se fosse Silente?» chiese all’improvviso Hermione «Mano,
lui è andato via dal castello…». Harry si ricordò di Piton; «Prima, ho visto
Piton andar via di fretta da Hogwarts», «Potrebbe anche essere lui il pedone!»
disse Ron, sperando di sbagliarsi. Hermione cercò di distoglierlo: «Per stasera
abbiamo scoperto abbastanza. Io vado a letto, sono distrutta!» prese la
stampella «Buonanotte, ragazzi! E complimenti ancora, Ron!» e andò via.
Harry, sbadigliando, chiese all’amico: «Vieni a dormire?». Ron lo guardò
accigliato: «Se mi aiuti ad alzarmi! Ridotto così non ce la faccio a
camminare…». Harry lo sorresse, prese la scacchiera, e insieme si diressero al
dormitorio.
Finalmente, dopo giorni, Harry riuscì ad addormentarsi subito. Il pensiero della
scacchiera non lo turbava più di tanto, così riuscì a stare tranquillo. Era
sicuro che Ron avesse scoperto il mistero di quell’aggeggio , smascherando
troppo presto il piano di Voldemort (anche se non aveva capito ogni dettaglio).
Quella notte, Harry sognò di trovarsi nell’Ufficio Misteri, da solo. Adesso
odiava più che mai quel maledetto posto, perché lì era morto Sirius.
“Se non ci fosse stato quel velo,” pensò Harry “dopo che Bellatrix gli aveva
scagliato l’incantesimo, Sirius non sarebbe scomparso: sarebbe caduto a terra
con un semplice tonfo, e poi si sarebbe rialzato, pronto a difendersi”. E
invece… .
Ma accadde una cosa strana: Harry, che si trovava davanti al velo, non udì più
le solite voci. Il velo si scosse un attimo, e poi… assurdo! Sirius era
ricomparso all’altra estremità, un po’ frastornato ma in carne e ossa. Si rialzò
ancora tenendo stretto la bacchetta e, appena vide Harry, gli sorrise.
Improvvisamente l’Ufficio Misteri svanì: Harry e il suo padrino si ritrovarono a
camminare nei giardini di Hogwarts.
Lo guardò negli occhi e Sirius cominciò a parlare:
«Allora, Harry. Quante cose sono successe durante la mia assenza! Non
preoccuparti per me,» gli tirò una pacca sulla spalla «ho vissuto una nuova
esperienza» gli disse sorridendo.
«Cioè?» gli chiese Harry. Si sedettero all’ombra del grande faggio, vicino al
lago. Sirius guardò il cielo entusiasta: «Mi è mancato stare all’aria aperta.
Dopo tutti quei mesi rinchiuso a Grimmauld Place mi sembra come di essere
rinato…», Sirius cominciò a fantasticare. Chiuse gli occhi, il volto verso
l’alto, tirando lunghi sospiri per assaporare l’aria limpida di quel mattino,
interrotti dalle parole: «Che pace!». Harry lo distolse con un breve colpo di
tosse. Lui aprì gli occhi di scatto e lo guardò; poi scoppiò a ridere. «Scusami,
Harry. Devi avermi considerato un completo imbecille vedendomi lodare queste
cose così… banali. Ma cerca di capirmi. Comunque»
«Il velo?» gli chiese Harry.
«Oh, sì! Be’, lì ci finiscono i maghi peggiori del mondo. È una condanna che
sicuramente spetterà a Voldemort. Una volta catturati, vengono scaraventati lì
sotto. E ti dirò che scontano delle pene tremende, a giudicare dal posto. Le
voci sono tutte illusioni per ingannare coloro che stanno a contatto con quel
velo, che è sempre un’illusione. In realtà, è un’apertura verso un’altra
dimensione: non l’al di là, perché i maghi vi vengono portati vivi, e non
potranno più uscirne!» concluse Sirius.
«E tu come hai fatto?» domandò Harry, rapito. Sirius si sistemò di fronte a lui:
«Io non sono un mago oscuro» spiegò con semplicità «La cosa più terribile che
abbia fatto è il tentativo di uccidere Peter Minus. Perciò non ero… coinvolto»,
poi fece un sospiro impaziente. «Vedi, Harry: è difficile da spiegare. La
ragione mi ha guidato. Sapevo che non potevo subire la loro sorte perché, come
ti ho detto, non sono una mago oscuro: ero convinto che sarei riuscito a
tirarmene fuori, a cavarmela. Ero diviso dai dannati: era come se… mi trovavo in
un luogo diverso dal loro, ma riuscivo a vederli. Loro, invece, no. Sarei
rimasto solo per l’eternità, perché la mia situazione era diversa: vivo, solo e
condannato. Per sempre», Harry notò un’espressione di terrore sul suo volto.
Poi, Sirius continuò:
«Ma la mia coscienza mi ha guidato, ed ho trovato un… varco, un passaggio verso
questa dimensione. Quando l’ho visto non ero sicuro che mi avrebbe condotto qui,
ma ho rischiato comunque. E fortunatamente ci ho azzeccato!» concluse
soddisfatto Sirius.
Harry era stupito: «Questo vuol dire… che… che… sei tornato!»
«Proprio così!» disse lui trionfante. Harry scattò in piedi e urlò di gioia;
Sirius fece altrettanto. Cominciarono a saltare all’impazzata e a gridare a
squarciagola. Poi, Harry si fermò: «Sirius, scappiamo! Andiamo via da Hogwarts!
Ce ne andremo a vivere insieme, come mi chiedesti due anni fa!». Sirius si
rabbuiò.
«Harry, anch’io sono pazzo dalla gioia. Ma ricordati che c’è Voldemort in giro,
e non puoi allontanarti da qui. Non saresti al sicuro!».
Aveva ragione. Harry si era proprio dimenticato di Voldemort, della scacchiera,
dei Mangiamorte. Si era lasciato prendere dall’entusiasmo.
Poi gli confessò che ancora credeva di essere posseduto dal suo nemico, perché
riusciva a percepirne le emozioni.
«È normale, Harry. Ma se continui a opporgli resistenza questo finirà: le
visioni, i sogni strani. Così, adesso ti sveglierai!».
Harry non registrò subito le sue ultime parole. Lo squadrò attentamente: gli
sorrideva. «Sirius, ma che stai dicendo? Tu sei libero, sei tornato… non puoi… .
Questo non è un sogno, è la verità!», stava cominciando ad innervosirsi. Ma
Sirius scosse il capo.
Harry percepì un dolore fulminante alla cicatrice… sobbalzò dal letto. Un sogno!
Era tutto un sogno! “Non è vero!” pensò Harry, disperato. L’aveva visto, gli
aveva parlato, era tornato!
Si prese la testa tra le mani “Era tutto un sogno!”. Scoppiò a piangere e
affondò la faccia nel cuscino. “Sto impazzendo!” si disse.
Ormai, non riusciva più a distinguere il sogno dalla realtà.
Durante le ore successive, decise di non parlare con nessuno del suo sogno, ma
di distrarsi un po’ e di andare a trovare Hagrid. Ron e Hermione, anche se
dispiaciuti, non andarono con lui, perché non erano in condizioni ottimali e
dovevano ancora riprendersi del tutto.
Quella mattina, Harry sgattaiolò in fretta dalla Sala Grande e si diresse al
parco. Come al solito, c’erano molti studenti intenti a festeggiare la fine
dell’anno scolastico divertendosi più che potevano. Era una splendida giornata
d’estate che, tuttavia, non rispecchiava assolutamente il suo cuore.
Harry vide del fumo uscire dal camino della capanna di Hagrid. Doveva parlargli,
anche perché l’ultima volta si era dimostrato molto scortese nei suoi confronti.
Certo, era ancora scosso dalla morte di Sirius, ma era sicuro che quel dolore e
quel rancore avrebbero distrutto ogni forma di buonumore. Per sempre.
In quel momento accadde una cosa molto strana: vicino al confine con la foresta,
intravide la sagoma di un grosso cane nero e peloso. Harry strizzò gli occhi per
vedere meglio. Non era possibile. Eppure, quello era veramente il cane a cui si
riferiva; aveva un’aria così famigliare.
Voleva provare a rincorrerlo, per vedere se veramente quell’animale gli sarebbe
venuto incontro. Ma si bloccò di colpo e scosse il capo: “Felpato è morto. E se
n’è andato per sempre!”. Quando riaprì gli occhi il cane era scomparso. Anche le
allucinazioni. Non bastava che venisse tormentato la notte, pure durante il
giorno doveva perdere il senno?
Poi si ricordò delle parole di Voldemort “… Quanto a Black: per la sua scomparsa
vedrai che Harry Potter non si darà pace e pian piano… impazzirà!”. Una risata
di scherno risaliva nella sua mente; una risata acuta, glaciale…
«Ne ho abbastanza!» ruggì furioso Harry. Dopo qualche lungo respiro riuscì a
riprendere la calma. Poi affrettò il passo e bussò tre volte alla porta di
Hagrid. Udì Thor abbaiare allegramente.
«Ciao, Harry!» lo accolse Hagrid, e gli fece strada nella sua abitazione. «Che
fai qui? Come ti butta?»
«Sto bene» mentì lui. Hagrid gli indicò il calderone sul camino, «Stavo adesso
facendo il tè! Vuoi un poco?» gli chiese gentilmente.
«Sì, grazie» accettò. Ormai, Hagrid non riportava più graffi e tagli.
«Come sta Grop?» gli chiese Harry. Hagrid rimase contento di ricevere quella
domanda: «Oh, benone! Diventa sempre più bravo, quel testone!» disse fiero.
Harry cominciò a sorseggiare il suo tè. Non sapeva perché aveva deciso di
parlare con Hagrid; era andato da lui solo perché non voleva essere costretto a
pensare di nuovo al suo stato mentale. Hagrid gli chiese di Ron e Hermione, e
Harry gli raccontò che non si erano ancora ripresi del tutto dal combattimento
contro i Mangiamorte al Ministero della Magia.
«Brutta roba» commentò cupo Hagrid «quelli continueranno ad attaccarci sempre di
più. A loro ci piace uccidere, è come un passatempo!» disse rabbioso.
Harry guardò l’orologio: era ora di tornare al castello.
«Senti, Hagrid, io devo proprio andare!»
«Va bene, Harry. Fai il bravo. E portaci i saluti agli altri due!»
«D’accordo. Ci vediamo presto Hagrid» disse Harry, e si chiuse la porta alle
spalle.
Dopodichè raggiunse di corsa la sala comune.
«Ciao, Harry!» lo salutò Ron, che stava seduto a guardare la scacchiera della
sera precedente. Hermione aveva in mano un libro e cercava di leggere
tranquillamente, ora che la vista si stava riprendendo. «Lupin ti stava
cercando» disse Hermione, chiudendo di botto il libro. Harry si affacciò
speranzoso alla finestra: si aspettava che avrebbe rivisto il cane nero.
«Stai bene?» gli domandò Ron.
«Sì, bene. Hagrid vi manda i suoi saluti!»
«Oh,…» cominciò Hermione.
«Ragazzi, la scacchiera!» gridò Ron, indicandola. In quel preciso momento una
pedina bianca si mosse: il pedone che prima era schierato accanto al suo simile
– poi mutatosi in alfiere – fece un passo in avanti come il suo predecessore e,
giungendo nella parte avversaria, si trasformò in una torre bianca. Il tutto
finì lì.
«Secondo voi, chi è?» chiese Ron, incredulo.
«Non ne ho idea!» rispose piano Hermione.
«Chissà quale sarà la prossima mossa dei neri!» rifletté Harry. Poi chiese ai
due amici: «Dov’è Lupin?»
«Nella sala professori» risposero in coro.
Lì, infatti, c’era Lupin seduto con la Gazzetta del Profeta in mano. Alzò lo
sguardo e vide Harry: «Entra pure!» disse lui gentilmente. Harry notò che il
professore era un po’ pallido: la luna piena era vicina?
«Stavo leggendo il Profeta: ci sono alcuni articoli sull’attacco dei
Dissennatori e l’aggressione dei Mangiamorte a Londra. Nessun’altra novità»
disse lui un po’ a fatica.
«Voleva parlarmi, professore?» gli chiese Harry.
«Sì, volevo darti alcune informazioni», poi riprese a bassa voce «Stanotte sono
stato fuori per alcune missioni per l’Ordine e ho incontrato Silente». Harry si
irrigidì.
«Mi ha detto che non devi preoccuparti se per qualche giorno è andato via da
Hogwarts. Doveva sistemare alcune cose. Ha lanciato alcuni incantesimi a Londra,
Diagon Alley e Hogsmeade, incantesimi che servono a respingere i Mangiamorte. E
ha affrontato anche alcuni Dissennatori: ormai non ce n’è più uno disposto a
stare dalla nostra parte. Sono tutti seguaci di Voldemort.
«Mi ha chiesto gentilmente che ti spiegassi queste cose, in modo tale che non ti
arrabbi di nuovo con lui. Sai che non ce l’ha con te».
Harry parve essersi convinto. Silente non poteva certo obbedire a lui perché
aveva avuto delle visioni. Era il capo dell’Ordine della Fenice e doveva
svolgere compiti molto importanti.
«Tutto bene, Harry? Ti vedo un po’ turbato!» disse Lupin sottovoce.
«È che… ecco… be’, ormai tutte le notti sogno Sirius e, come sempre, non li
ritengo sogni normali. È come se succede davvero… lo vedo dappertutto… sto
impazzendo!» concluse Harry, disperato.
Lupin gli mise una mano sulla spalla: «Ti capisco, Harry. Manca molto anche a
me. Era l’ultimo amico rimastomi», quelle parole dovevano costargli molta
fatica. Lupin cercò in tutti i modi di tranquillizzarlo, ma non ci riuscì,
perché anche lui era molto teso.
Il resto della giornata scivolò velocemente: ormai erano gli ultimi giorni che
trascorrevano a Hogwarts, e la maggior parte degli studenti si trovava nella
propria casa per preparare i bauli. Gli studenti del quinto anno avevano
sfruttato al massimo gli ultimi giorni al castello organizzando feste per
celebrare la fine degli esami.
Harry non riusciva a credere che, dopo i tragici avvenimenti degli ultimi
giorni, gli toccasse trascorrere l’estate in Privet Drive, solo e lontano da
ogni traccia di magia. Ron e Hermione gli avevano promesso che avrebbero cercato
di tirarlo fuori di lì il più presto possibile. Ma lui sperava che non avevano
intenzione di portarlo a Grimmauld Place: quella casa gli ricordava Sirius ed
era noiosa più che mai senza di lui.
Quel giorno, Harry lo impiegò preparando il baule, sfogliando un album di
fotografie con Ron e Hermione (quest’ultima si lamentava perché non riusciva a
distinguere le foto), e chiacchierando un po’ con Lupin, che era sempre più
pallido e stanco. Lupin gli disse che l’Ordine era più indaffarato che mai:
Moody, Tonks e Kingsley Shacklebolt erano lontani da Londra, il Ministero della
Magia era stravolto dagli avvistamenti di Mangiamorte, le famiglie di maghi
erano terrorizzate dagli ultimi avvenimenti, gli Auror erano fuori strada e non
avevano idea di dove si fosse cacciato Voldemort, Silente era impegnatissimo.
Harry andò presto a letto, per riflettere su quella maledetta scacchiera.
Sognò Sirius – tanto per cambiare – che osservava Lupin trasformarsi in lupo
mannaro, e sottoforma di cane lo seguiva fuori dalla Stamberga Strillante
correndo, illuminato dalla luce della luna piena. Poi comparivano Codaliscia,
Bellatrix Lestrange, Lucius Malfoy e Voldemort incappucciati e con le bacchette
levate; scagliavano incantesimi sul castello, distruggendolo: la McGranitt
urlava e Piton cercava inutilmente di affrontarli; poi arrivava Silente che
combatteva contro Voldemort, e distraendosi veniva colpito alle spalle da una
maledizione, accasciandosi a terra: gli occhi sbarrati e la bocca semiaperta.
Harry si ritrovò in un cimitero, affianco ai cadaveri di Silente e di Cedric
Diggory. Voldemort lo guardava divertito: «Stanotte» sibilò «Stanotte. È giunta
l’ora della fine del celebre Harry Potter che ha causato la caduta di Albus
Silente e la morte dei suoi amici!». Harry si guardò intorno: i corpi di Ron e
Hermione erano contorti a terra, grondanti di sangue, una scia rossa che copriva
i loro volti, spolpati fino all’osso…
«NO!» urlò Harry. Ron sobbalzò dal letto: «Harry? Che… che… che succede?»
domandò, gli occhi sbarrati dal terrore.
«Ci uccideranno tutti! Stanotte! Voldemort sta per arrivare con i Mangiamorte.
Hogwarts non esisterà più! Moriremo tutti!».
Ron spalancò la bocca, conscio del fatto che Harry non aveva avuto un normale
incubo.
Harry inforcò gli occhiali, si alzò dal letto e cominciò a vestirsi.
«Che vuoi fare?» gli chiese Ron, allibito. Poi si vestì anche lui e lo seguì
fuori dal dormitorio, un po’ zoppicando. «Harry, dove stai andando?»
Harry si fermò. Lo guardò e gli disse: «Torna nella sala comune. Io sto andando
alla Stamberga Strillante ad affrontare Voldemort. Tu rimani qui e sorveglia il
castello. Pensa a Hermione. Devo andarci da solo, non posso mettervi in
pericolo…»
«No!» lo interruppe Ron «Hermione è in infermeria: ce lo disse ieri che ci
sarebbe andata per le ultime revisioni agli occhi. Non puoi fare niente da solo.
Ti uccideranno! Piuttosto, avvertiamo Lupin, la McGranitt o Piton. Mandiamo un
gufo a Silente. Informiamo l’Ordine!».
«Ron,» disse Harry cercando di calmarsi «è questione di minuti. Non posso
coinvolgere altre persone. È me che vuole. E poi tu e Hermione non siete in
condizioni di combattere: tu zoppichi, lei non ci vede bene. Per favore, fa’
come ti ho detto! Stiamo solo perdendo tempo!»
«No, Harry!» ribatté Ron «Io e Hermione non ti abbiamo mai lasciato affrontare
nessuno da solo. Non puoi fare niente contro di loro! Ti prego, dammi ascolto!
Avvertiamo qualcuno. E noi non ti facciamo allontanare di qui finché non cedi. A
costo di dover combattere contro di te IO NON MI MUOVO!». Harry notò che l’amico
era più determinato che mai. Non sarebbe riuscito ad ottenere ciò che voleva, e
stava solo perdendo tempo. Così decise di dargliela vinta.
«Allora, Ron» disse sottovoce e invocando l’autocontrollo «Avvisa Hermione. Poi,
mandate un gufo a Silente e a Grimmauld Place. Avvertite Lupin e, se fate in
tempo, la McGranitt e Piton. Io vi precedo: vado alla Stamberga Strillante e
aspetto. Cercate di far presto, altrimenti mi ritroverò da solo a dover
combattere contro Voldemort e i Mangiamorte, e questo tu non vuoi che accada.
Ci vediamo dopo!»
«Ma…»
«Niente ma! Fidati. A dopo!» e corse via senza dare il tempo a Ron di ribattere.
Harry afferrò la bacchetta e accelerò il passo, pronto ad avvertire qualsiasi
rumore sospetto. Riuscì a premere il nodo del Platano Picchiatore e vi scivolò
dentro, le orecchie tese e la bacchetta stretta in mano. Giunto all’ingresso
della Stamberga Strillante si fermò un momento, sbirciò ogni angolo della stanza
ed entrò senza esitare.
Niente. Non c’era nessuno. Sapeva che non si sbagliava, che sarebbe venuto
qualcuno. La voce della ragione gli fece notare che l’ultima volta che aveva
seguito il suo istinto si era sbagliato, ed era caduto nella trappola di
Voldemort, prendendosi gran parte della colpa della morte di Sirius. Cercò di
non pensarci – cosa molto difficile – e si concentrò sul silenzio. Aspettò.
Aspettò molto, in attesa di un misero rumore. E Ron e Hermione ancora non
arrivavano: erano riusciti ad avvertire Silente? Erano riusciti ad avvisare
Lupin?
«Buonasera!». Harry si voltò di scatto per lo spavento. Tre sagome incappucciate
erano schierate con le bacchette puntate contro di lui. Harry fece altrettanto
con la sua. Aveva riconosciuto quella voce: Bellatrix Lestrange. Alla sua destra
distinse gli occhi glaciali di Lucius Malfoy, affiancato da una sagoma tozza e
bassa che non capì subito chi fosse. Poi riconobbe il modo di respirare: lento e
rapido. Era Peter Minus.
«Salve!» li salutò Harry. «È da tanto che non ci si vede!»
«Direi abbastanza per averti fatto riflettere» intervenne Malfoy con un cenno
«Vedo che non ti sei portato dietro i tuoi amichetti, Potter»
«Hai paura che i brutti cattivi gli facciano la bua?» chiese Bellatrix in tono
infantile. Harry strinse più forte la bacchetta. Decise che la cosa migliore da
fare era continuare a parlare, in attesa della venuta di Ron, Hermione e gli
altri.
«E voi tre?» domandò loro «Il vostro pastorello non vi ha accompagnato? Doveva
giocare con i Dissennatori, il caro Voldy?»
«Piccolo sudicio schifoso!» strillò Bellatrix «Come osi schernire il Signore
Oscuro? Come osi ridere di lui? Come osi chiamarlo in quel modo?». Lucius Malfoy
gli si avvicinò di più, tenendo puntata la bacchetta tra gli occhi di Harry.
«Ooops, scusa!» sussurrò Harry a Bellatrix «Mi ero dimenticato che il tuo
padroncino ti dà le botte se non lo difendi o se permetti che qualcuno lo
insulti! Digli pure da parte mia che non mi fa paura! Perché non è venuto? Ha
paura della brutta bacchetta di Harry o dei baffoni di Silente?»
Codaliscia interruppe il discorso per affrontare Harry: «Accio bacche...»
«Impedimenta!» lo fermò Harry. «E tu, Minus? L’ultima volta che ti ho visto eri
un completo leccapiedi! Si vede che sono anni che non combatti dignitosamente!».
«Expelliarmus!» urlò Malfoy
«Impedimenta!» tuonò ancora una volta Harry.
«Ti credi spiritoso, Potter?» gridò Bellatrix, togliendosi il cappuccio. «Tu,
brutto mocciosetto mezzosangue! Pensi di essere alla nostra altezza?»
«Già, a quindici anni sono un mocciosetto. E quando ero un lattante ho sconfitto
Voldemort!» le rispose Harry divertito; poi si portò una mano davanti alla
bocca. «Santo cielo!» esclamò rivolgendosi ancora una volta a Bellatrix «Azkaban
ti ha davvero imbruttita, lo sai?»
E Malfoy: «Cru…»
«Pietrificus Totalus!» gli rispose Harry, colpendolo in pieno.
Malfoy cadde a terra con un tonfo. Nel frattempo, Minus osservava la scena.
Bellatrix guardò l’avversario con disprezzo: «Quando ci siamo battuti al
Ministero non eri così coraggioso. Hai già dimenticato Sirius Black?».
Harry la fulminò con lo sguardo. E poi: «Crucio!» gridò con tutta la voce che
aveva in gola. Bellatrix cadde all’indietro e lanciò un grido di dolore, quasi
contorcendosi.
Codaliscia si avvicinò a Harry: «Avada…»
E Harry reagì all’istante: «Stupeficium!» l’incantesimo lo colpì, e anche Minus
cadde a terra con un tonfo.
Bellatrix si rialzò un po’ a fatica: «Vedo che hai fatto progressi, Potter.
L’ultima volta non eri così abile con la Maledizione Cruciatus!»
«Potrei anche ucciderti!» ruggì Harry «Ma aspetto il tuo fallimento e lascerò
l’onore a Voldemort di finirti!». Una luce di terrore illuminò gli occhi di
Bellatrix.
All’improvviso, nella stanza si materializzò la scacchiera. Harry immaginò che
stava per accadere un altro spostamento, e verificò subito che la sua ipotesi
era esatta. Vicino al re bianco apparve una torre nera; Harry notò un dettaglio
che gli era sfuggito: le torri possedevano tre merli. Così capì. Quella torre
nera che si era appena materializzata, rappresentava Bellatrix Lestrange, Lucius
Malfoy e Peter Minus, che stavano affrontando Harry (il re bianco).
«Dimmi, Potter, hai capito cosa significa questa scacchiera? Se non l’avessi
capito, ti informo che questa è in realtà una scacchiera simbolica!» disse
Bellatrix, certa dell’ottusità di Harry.
«Certo, che ho capito cos’è!» sbottò lui «Sono un mocciosetto intelligente!» la
informò. Bellatrix gli rivolse un’occhiata di disgusto: «Sai, Potter. Quando
cominceremo a giocare seriamente non farai più lo sfacciato, ma piagnucolerai e
invocherai pietà! Sei un debole!».
Harry non ebbe il tempo di reagire, quando Lucius Malfoy, ancora disteso per
terra, lo colpì con una maledizione: «Crucio!».
Harry urlò dal dolore e cadde contorcendosi. Bellatrix e Malfoy ridevano di
piacere.
Improvvisamente irruppero nella stanza tre persone: Ron, Hermione e Lupin.
«Expelliarmus!», Lupin riuscì ad impossessarsi della bacchetta di Malfoy.
«Finite Incantatem!» strillò Hermione. Harry si riprese.
«Benissimo!» disse acida Bellatrix «Un lupo mannaro e altri due mocciosi!».
Lupin non ebbe il tempo di ribattere, perché la sua attenzione ricadde su Minus
che si stava rialzando: una luce famelica gli illuminò il volto.
«Ciao, Peter» disse in tono amabile «È da un po’ che non ci si vede!».
Codaliscia lo guardò spaventato.
«Accio bacchetta!», Lupin si lasciò sfuggire la bacchetta di Malfoy, che se la
riprese.
Malfoy corse fuori dalla Stamberga Strillante, e Lupin si precipitò a seguirlo.
Harry bisbigliò agli amici: «Occupatevi di Minus. Lasciate a me Bellatrix!». Ron
andò incontro a Codaliscia: «Ciao! Come sta il mio vecchio topolino?» gli
domandò. Hermione lo seguì.
«Imperio!», Minus scagliò la maledizione contro Ron, che cadde sotto il suo
controllo. «Uccidi Harry Potter!» gli ordinò. Ron si stava dirigendo verso
Harry, ma Hermione spezzò l’incantesimo: «Finite Incantatem!». Poi, Ron
riacquistò il controllo e si rivoltò verso Codaliscia: «Rictusempra!»,
contemporaneamente Hermione lanciò un altro incantesimo all’avversario, che
cominciò a ridere a crepapelle: «Tarantallegra!», e Minus iniziò a ballare
freneticamente.
«Ferula!» disse Ron, e delle corde lo legarono.
Nel frattempo, Bellatrix scappò via dalla Stamberga Strillante, proprio come
Malfoy. Harry la seguì, fino ad uscire dal Platano Picchiatore: «Stupeficium!»,
e riuscì a schiantarla.
Lupin e Malfoy stavano duellando. Inaspettatamente, Malfoy invocò il Marchio
Nero: «Morsmordre!», ma fu un tentativo inutile perché Lupin riuscì a farlo
scomparire: «Deletrius!». E poi, il cielo era frastagliato dalle nuvole, e non
si vedeva neanche una stella.
«Avada…»
«Impedimenta!»
Lupin e Malfoy duellavano incessantemente. Lupin lanciò un’occhiata rapida al
cielo, distraendosi. Malfoy fece svegliare Bellatrix: «Innerva!». Così, Lupin
poté colpirlo: «Pietrificus Totalus!» e ancora una volta Malfoy cadde a terra
privo di sensi.
Lupin si rivolse a Harry: «Dove sono Ron e Hermione?»
«Stanno ancora dentro con Minus!», Lupin si precipitò all’ingresso del Platano
Picchiatore.
Bellatrix si stava rialzando. Così, Harry utilizzò un incantesimo diverso dagli
altri, che solo lui poteva controllare: «Serpensortia!», un serpente uscì dalla
sua bacchetta.
«Aggredisci Bellatrix!» gli disse Harry. Lei spalancò gli occhi: Harry stava
parlando il Serpentese. Harry le aizzò il serpente contro.
Era il momento giusto per avvertire gli altri del castello: Harry sperava che la
McGranitt o Piton fossero affacciati ad una finestra. Doveva lanciare un
segnale: «Relascio!», uno sprizzo di fiammelle rosse fuoriuscì dalla sua
bacchetta, illuminando intorno…
Ma Harry non vedeva più niente: era tutto buio, un freddo pungente invase il suo
corpo, gli si gelò il sangue e gli si rizzarono i capelli… udiva un respiro
affannoso intorno a sé… ce n’era più di uno…
Harry...
La voce della madre invase la sua mente. Un centinaio di Dissennatori era
intorno a lui.
“Pensa a qualcosa di felice” si disse Harry.
«Expecto Patronum!»
Prendi me al suo posto…
Harry…
«Expecto Patronum!»
“Rivedrò Sirius,” pensò Harry “Sirius è vivo, è tornato…”
«EXPECTO PATRONUM!»
Una luce argentea illuminò la notte buia; un cervo argentato si scagliò contro i
Dissennatori, li affrontava, li vinceva…
Lupin uscì immediatamente dal Platano Picchiatore e si irrigidì nel vedere
quello spettacolo: il suo sguardo andava da Harry al Patronus ai Dissennatori, e
poi di nuovo a Harry.
I Dissennatori scomparvero, il cervo argenteo anche.
Harry lanciò un’occhiata a Lupin, che gli sorrise raggiante.
Codaliscia, che ancora si dimenava, spuntò dietro Lupin, Ron e Hermione che gli
tenevano le bacchette puntate.
Malfoy si riprese: «Finite Incantatem!», Minus smise di contorcersi e
scomparvero le corde che l’avevano stretto fino a qualche secondo prima.
Il serpente di Harry svanì. Bellatrix ricomparve sconvolta e irata.
Poi, i duelli ricominciarono: Lupin contro Malfoy, Ron e Hermione contro Minus,
Harry contro Bellatrix. Ma durarono poco.
Una luce verde li abbagliò, una risata stridula irruppe nella notte: Lord
Voldemort era davanti a tutti loro.
«Padrone!» dissero in coro Bellatrix, Malfoy e Minus, e gli si gettarono ai suoi
piedi.
«Voi!» disse Voldemort in un sibilo, rivolgendosi ai suoi tre Mangiamorte «Non
siete stati capaci di uccidere Harry Potter quando era da solo, avete fallito
contro uno! Adesso vedetevela con quei tre. Lasciate Potter a me!» ruggì irato.
I tre Mangiamorte si lanciarono all’attacco di Lupin, Ron e Hermione.
«Harry Potter» sibilò Voldemort «è giunta finalmente la tua ora. Rivedrai la tua
amata madre mezzosangue, il tuo adorato padre e l’affascinate padrino. Avada
Kedavra!», una luce verde uscì dalla sua bacchetta, ma nello stesso momento
Silente apparve davanti a Harry, e con un Sortilegio Scudo riuscì a respingere
la maledizione, che si stava scagliando contro Voldemort, che tuttavia riuscì a
schivarla.
«Silente!» urlò Voldemort «Sempre a mettermi i bastoni tra le ruote! Ne ho
abbastanza!».
«Hai invaso i confini di Hogwarts, Tom» disse calmo Silente «E questo è un
affronto!».
«Cosa vuoi dire?» urlò Voldemort
«Che dovrai vedertela con me!» spiegò semplicemente Silente.
Una luce verde uscì dalla bacchetta di Voldemort, e una luce rossa da quella di
Silente. Esse si scontrarono. Harry non riusciva a vedere le sagome dei due
duellanti, distingueva solo una luce verde e una luce rossa, entrambe accecanti.
Ron e Hermione combattevano contro Malfoy e Bellatrix.
«Stupeficium!», Harry li colpì, liberando i suoi amici.
Ron si accasciò a terra, esausto. Hermione fece altrettanto, sottraendo le
bacchette ai due Mangiamorte schiantati.
«Immobilus!» gridò Lupin, che riuscì ad immobilizzare Minus.
Una nuvola liberò il cielo. Una luce pallida illuminava il tutto. Harry alzò lo
sguardo: la luna piena!
«Oh, no!» strillò Hermione. Ron spalancò gli occhi terrorizzato.
Lupin guardò il cielo e si irrigidì.
«No, professore!» gridò Harry. Ma era troppo tardi. Lupin cominciò a
contorcersi: gli spuntarono peli dappertutto, le gambe si allungavano, degli
artigli gli sbucarono da mani e piedi; i denti divennero più grossi e affilati,
il volto si allungò, e un ululato fece tremare la notte.
«Presto!» disse Hermione. Afferrò Harry e Ron per un braccio e si arrampicarono
su un albero. Sotto di loro c’era un lupo mannaro completamente sviluppato.
Codaliscia si liberò dall’incantesimo.
Il lupo mannaro lo guardò, gli occhi rossi iniettati di sangue, e gli si lanciò
contro. Minus urlò. Il lupo gli affondò le zanne in un braccio e cominciò a
strattonarlo.
Harry, Ron e Hermione osservavano la scena inorriditi.
«NO!» gridò Codaliscia. Il lupo mannaro cominciò a correre e si allontanò,
tenendo stretta la preda.
«Aiuto!» gridava Minus disperato «Aiutatemi! Padrone! NO! Lasciami!!!».
Il lupo e Codaliscia furono inghiottiti dalle tenebre.
«Ma» disse Ron «Adesso anche Peter Minus sarà un lupo mannaro!»
«Che dici, Ron?» rispose Hermione «È spacciato! Secondo te riuscirà a tornare
indietro vivo e integro?».
Harry non riusciva a crederci. Era la fine di Peter Minus! Una fine stupenda,
proprio come voleva Lupin.
Parte del rancore di Harry svanì, perché ormai si sentiva soddisfatto; in parte
i suoi genitori erano stati vendicati. Una nuova sensazione risaliva nella sua
mente, un misto di orgoglio e di euforia che non aveva mai provato prima.
“Sirius,” pensò “se solo potessi essere qui e godere di questo momento insieme a
me!”. Poveraccio il suo padrino, tanti anni di agonia per colpa di quel
traditore, era stato costretto a fuggire per gran parte della sua vita, e adesso
non aveva potuto gustare il suo trionfo.
«Harry!» disse Hermione «Guarda laggiù!». A qualche metro di distanza si era
materializzata la scacchiera per la seconda volta quella notte.
Il trio scese dall’albero e si avvicinò all’oggetto: l’alfiere bianco si mosse
in diagonale e distrusse l’alfiere nero, che fino a qualche secondo prima era
vicino al re bianco.
«Ovvio!» disse Ron entusiasta «Lupin che ha ucciso Peter Minus, l’alfiere
nero!».
Ormai le pedine rimaste erano poche: il re bianco, la regina nera, la torre nera
e la torre bianca.
«E adesso, che succederà?» chiese Hermione un po’ preoccupata.
Nel frattempo, Voldemort e Silente continuavano a combattere, Bellatrix e Malfoy
giacevano a terra senza sensi.
«Perché non viene nessuno?» ruggì Harry «Non è da tutti i giorni vedere qui
Voldemort!»
«Avvertiamo la McGranitt!» disse prontamente Hermione.
Ma era troppo tardi: Bellatrix e Malfoy si stavano riprendendo.
La giovane Mangiamorte si alzò un po’ intontita e si buttò su Harry e Ron, per
combattere a mani nude. Malfoy si occupò di Hermione e, con violenza, riuscì a
impossessarsi della sua bacchetta e di quella di Bellatrix. Poi tutti si
fermarono.
Con un lampo di luce verde e una risata acuta, Voldemort si smaterializzò.
Silente guardò un momento gli altri e iniziò a combattere contro i due
Mangiamorte rimasti.
Harry, Ron e Hermione guardavano la scena immobili.
Con sveltezza rapida, Bellatrix scagliò la Maledizione Cruciatus contro Ron e
Hermione, e si smaterializzò. Malfoy e Silente continuavano a combattere.
Harry guardò i suoi due amici che si contorcevano disperatamente e non fece in
tempo a fermare l’incantesimo, perché Voldemort comparve a pochi centimetri di
distanza da lui.
Ancora una volta, si mosse un’altra pedina della scacchiera: la regina nera si
portò di fronte al re bianco.
Voldemort guardò Harry con i suoi occhi serpentini: «Scacco» gli disse in un
sibilo. Harry era sicuro che adesso fosse veramente giunta la sua ora, era
sicuro che sarebbe morto. Era la fine.
Con un gesto rapido, Voldemort gli puntò la bacchetta sulla cicatrice, e Harry
provò un dolore allucinante. Cadde a terra in ginocchio, si prese la testa tra
le mani e la poggiò sull’erba fresca.
“No!” si disse. Aveva deciso che voleva morire guardando bene in faccia il suo
nemico, a occhi aperti e a testa alta. Cominciò a fissarlo, ma il dolore
aumentava. Voldemort rideva di piacere, una risata folle che Harry non aveva mai
udito prima…
Un cane nero sbucò dietro Voldemort e gli si lanciò addosso, scaraventandolo a
terra.
Harry strizzò gli occhi per vedere meglio: sicuramente non era per niente vero
quello che stava succedendo, ma…
Il cane era sparito, e al suo posto c’era un uomo che lottava furiosamente
contro Voldemort, i lunghi capelli neri che gli nascondevano il viso. La morte
si allontanava dal cuore di Harry, e una speranza riscaldava i suoi pensieri.
Voldemort afferrò un braccio di Malfoy e si smaterializzò; Silente si precipitò
da Ron e Hermione, che ancora si agitavano freneticamente.
L’uomo dai lunghi capelli neri si alzò un po’ a fatica e si girò verso Harry,
che lo guardava curioso. Gli sorrise.
Quegli occhi. Quello sguardo. Quel viso. Era lui.
Sirius gli si avvicinò e gli tese una mano, cordiale. Harry la afferrò e si
rialzò lentamente.
«Ciao, Harry!» disse dolcemente Sirius. Harry spalancò gli occhi: questa volta
era tutto vero. Lo osservò, … e gli si buttò addosso in un abbraccio. Era il
momento più bello della sua vita, i suoi dubbi svanirono, le paure anche. Sirius
era vivo ed era proprio accanto a lui.
Silente li guardò, abbassò il capo sorridendo, e con Ron e Hermione si incamminò
verso il castello. Hermione esitò un attimo, ma capì che per il momento era
meglio lasciare soli Harry e Sirius.
«È fantastico!» disse Harry lentamente. Sirius gli tirò una pacca e osservò la
luna: «Remus è stato grande!» sussurrò.
Sicuramente, Sirius aveva visto tutta la scena ed era venuto in soccorso di
Harry nel momento più opportuno.
«Ricordi cosa ti dissi, Harry?»
Lui non si aspettava quella domanda e lo guardò con curiosità.
Sirius continuò: «L’altro giorno, nel tuo sogno ti dissi che sarei stato sempre
al tuo fianco. E che la prossima volta che avresti combattuto contro Voldemort
ti avrei protetto!»
«Avevo ragione!» disse Harry trionfante «Non erano dei sogni comuni! Scommetto
che oltre il velo c’è un’altra dimensione…»
«… in cui si trovano i maghi oscuri!» concluse Sirius.
Era tutto vero!
«Dài, Harry. Torniamo al castello?»
«Che cosa? Se ti beccano ti riportano ad Azkaban!» lo informò Harry.
«No, che non lo faranno. Riconosceranno la mia innocenza!». Harry gli scoccò uno
sguardo misterioso, ma Sirius non si sbagliava.
Qualche ora più tardi, Cornelius Caramell insieme ad alcuni membri del
Ministero, era giunto a Hogwarts per gli ultimi avvenimenti di quella notte, che
gli erano stati raccontati da Harry, Ron, Hermione, Lupin e Silente. Poi, Sirius
aveva bevuto un po’ di Veritaserum e aveva rivelato tutta la verità sugli ultimi
quindici anni della sua vita: la sua innocenza, la storia di Peter Minus, e
Lupin era intervenuto per spiegare l’assenza del traditore. Più tardi, qualcuno
scoprì alcuni resti di Minus nella foresta, che fu immediatamente riconosciuto.
Sirius fu liberato da ogni accusa, giudicato innocente e reintegrato nella
comunità di maghi.
Quella sera al banchetto di fine anno vennero accennati questi fatti al resto
del castello, che con un misto di stupore e di curiosità finì per credere al
tutto. Harry era più felice che mai.
La mattina dopo, prima di prendere l’Espresso di Hogwarts, Hermione raggiunse
Harry e Ron saltellando, e agitò una copia della Gazzetta del Profeta sotto il
loro naso.
«Allora?» chiese Ron impaziente.
«Un equivoco durato quindici anni: SIRIUS BLACK, un innocente frainteso» lesse
Hermione ad alta voce. «Il giornale è pieno di articoli su di te, Harry, e
soprattutto su Sirius!» disse allegramente.
Più tardi, a bordo del treno, Lupin entrò nello scompartimento in cui erano
Harry, Ron e Hermione. Si sedette accanto a Harry e disse: «Volevo scusarmi se
l’altra sera vi ho messo paura, quando mi sono trasformato. Non è la prima volta
che mi avete visto in quello stato, però ero più infuriato che mai per via di
Minus. Non ricordo più niente dell’altra notte»
«No si preoccupi, professore!» lo rassicurò Harry «Anzi, la ringrazio per ciò
che ha fatto!», gli sorrise. Lupin si raddrizzò: «Bel Patronus, complimenti
Harry!».
«Ah, ragazzi!» intervenne Ron «Ho qui la scacchiera! Guardate!». Ancora una
volta le pedine erano sistemate in maniera diversa dall’ultima volta che le
aveva viste Harry: la regina nera era scomparsa, e al suo posto c’era la torre
bianca. Harry capì: era Sirius, l’eroe dei suoi sogni.
Quando scesero dal treno, c’erano molte persone ad accoglierli: il signore e la
signora Weasley, Moody, Tonks, Fred e George, Bill, ma Harry non vide i Dursley.
Tutti lo salutarono allegramente.
Poi, la signora Weasley gli disse: «Harry caro, c’è una sorpresa per te!».
Harry si guardò intorno: Sirius era a qualche metro di distanza, che gli veniva
incontro; portava degli abiti babbani e tentava inutilmente di sistemarsi i
capelli, che continuavano a ricadergli sugli occhi.
«Sirius, che ci fai qui?» gli domandò Harry, notando quante persone guardavano
il suo padrino.
«Sono venuto a prenderti!» gli spiegò con semplicità «Trascorreremo tutta
l’estate insieme!», sorrise. Harry non riusciva a crederci.
Dopo aver salutato tutti, guardò felice il suo padrino e insieme a lui si
allontanò da tutta quella gente, incamminandosi verso quella che sarebbe stata
l’estate più bella di tutta la sua vita.
Finee
Siria